DreamVideo è un digital magazine mensile con focus specifico sulla produzione e post-produzione video, rivolto a videomaker e filmmaker, che siano professionisti o semplici appassionati.    |     Anno VII nr.91-2017    |     ISSN 2421-2253

Intervista ad Alessandro Tesei

 

Alessandro Tesei DOKOUT documentari documentarista urban explorer urbexNell’intervista di oggi conosciamo Alessandro Tesei, visual artist e documentarista di grande talento. Alessandro è anche un urban explorer ed è il vincitore del contest promosso da DreamVideo sulla piattaforma DOKOUT – http://www.dokout.com/ – con il video “Hurban Exploration Heroes”, un breve documentario che presenta l’attività del gruppo di esploratori della crew di Ascosi Lasciti; con questo video Alessandro ci accompagna in alcuni dei posti più suggestivi d'Italia svelandoci tutti i segreti di questa emozionante pratica. Il video è visibile su questa pagina: http://www.dokout.com/?video=721

 

 

Alessandro, raccontaci qualcosa su di te.

Ciao, mi chiamo Alessandro Tesei e faccio parte di quella categoria indefinita che oscilla tra il graphic designer, il videomaker e il fotografo, chiamata visual artist. Ovviamente questo fa sì che molti potenziali clienti ti guardino con una certa diffidenza.

Come passione giro documentari, e ultimamente, per fortuna, sta diventando anche occasione di lavoro, seppur il mercato italiano non sia molto ricettivo nei confronti di certi prodotti audiovisivi.

Come mai hai intrapreso questa strada? Cosa ti ha spinto ad essere un documentarista?

Vengo dall'Accademia di Belle Arti di Macerata, diplomato in "Arti visive e multimediali", quindi la mia formazione si è orientata fin da subito nella direzione dell'arte cinematografica. Durante gli studi, e grazie a dei professori fantastici, ho avuto la possibilità di scoprire ed approfondire autori come Herzog, Ciprì e Maresco, Cassavetes... nonché il teatro di Bekett, Brecht, ecc... Tutto questo mi ha portato a capire che la realtà ha di per sé una moltitudine di storie che si creano autonomamente, senza bisogno di messa in scena o manipolazione eccessiva. Da qui ho deciso che il mio scopo era scovarle e raccontarle.

Qual è stato il tuo primo progetto?

Ho girato alcuni cortometraggi di finzione nei primi anni all'accademia, seppur cercando di inserire in essi delle componenti reali e non guidate dalla mia regia.

Il primo documentario fu "Vota Re Piccione", un lungometraggio che fu anche tesi di diploma accademico, nel quale cercavo ironicamente di denunciare la situazione socio-culturale della mia città natale, Jesi.

Mi portò via mesi di riprese e di montaggio, essendo la prima volta in cui mi cimentavo in un lavoro di tale durata e complessità. Il risultato fu straordinario per l'epoca e per mie conoscenze di allora. 

Quali artisti hanno influenzato maggiormente la tua crescita professionale?

Ho sempre guardato con ammirazione Herzog in campo documentaristico, ma la mia crescita è passata anche e soprattutto per Beckett, e per i primi film Ciprì e Maresco. Ricordo ancora la prima volta che vidi "Lo zio di Brooklyn", mi colpì per la naturalezza con cui la messa in scena si legava alla realtà e alla genuinità dei personaggi presenti.

Altre influenze, le ho avute dal cinema asiatico, in particolare quello del primo Kitano e ovviamente Kurosawa.

Ancora oggi seguo moltissimo la scena orientale ed adoro il cinema di Matsumoto.

Quali sono le difficoltà nel lavoro in questo settore?

Il documentario è un genere che di solito viene messo in secondo piano, essendo considerato più semplice da girare rispetto ad un film di finzione, e lo si snobba. Anche qui si potrebbe parlare per ore, in base a cosa si giudica la semplicità di un lavoro? E' molto più difficile girare un documentario in Palestina ora o un cinepanettone natalizio? Chi lo sa... la verità è che il documentario richiede meno denaro da spendere rispetto alla fiction, ed è realmente alla portata di tutti: ognuno di noi può raccontare una storia senza bisogno di una numerosa troupe o di incredibili mezzi tecnici. E' però necessaria una grande sensibilità e la curiosità che ci porta a scoprire la storia giusta.

Qual è stato l’impatto con la realizzazione del tuo primo lungometraggio?

E' stato una bella palestra, all'epoca avevo a disposizione una Canon XL1s e girai tutto da solo con quella. 

Dovevo fare tutto io, dalla scelta dei temi, alle interviste, al montaggio (nel quale fui poi aiutato da un regista più esperto), mi scontrai con la barriera che spesso molte persone mettono innanzi, con i tempi di realizzazione, con le difficoltà di pianificare qualcosa che poi puntualmente non accadeva o accadeva in maniera diversa dalla mia previsione. Questo mi ha insegnato che scalette e sceneggiature non sono molto efficaci quando si ha a che fare con il documentario, e la bravura del "regista" in questo caso, è quella di essere sempre all'erta e di riuscire a catturare tutto quello che la realtà improvvisamente decide di offrirci.

Qual è il lavoro che ti ha dato maggiori soddisfazioni?

Sicuramente il lavoro che finora mi ha dato più soddisfazioni è "Fukushame-Il Giappone Perduto", un documentario lungometraggio che ho girato interamente da solo in Giappone, nella prefettura di Fukushima, a pochi mesi dall'incidente nucleare. Il film è passato nei cinema, ha vinto prestigiosi premi, ed è anche presente nel mitico dizionario Morandini. Qui potete vedere il trailer: https://www.youtube.com/watch?v=nfZI796nVfg 

La disponibilità di dispositivi elettronici a prezzi contenuti e la relativa facilità d’uso consente a molti di possedere i mezzi necessari per cimentarsi in produzioni video; quanto conta per te l’attrezzatura che si utilizza e quanto invece l’idea che è alla base del progetto?

Che dire? L'attrezzatura conta fino ad un certo punto. Sono sicuro che un'idea vincente può essere girata anche solo con una GoPro... e il documentario "Leviathan" lo dimostra appieno. Per fare il documentarista, almeno come lo faccio io, da solo o al massimo con altre due persone, una delle cose che conta di più è la leggerezza e la praticità dei mezzi. Inutile avere una Red se ti fa perdere dieci minuti per metterla a punto prima di una ripresa... magari la potresti usare per le interviste, ma ce n' è davvero bisogno?

Raccontaci la tua esperienza di Urban Explorer, come hai iniziato, cosa ti attrae maggiormente di questa attività?

Questo più che altro è un hobby, che deriva sempre dalla voglia innata di documentare situazioni e di raccontare storie. La curiosità, sicuramente tipica dell'età infantile, è l'elemento essenziale che nessuno di noi dovrebbe mai perdere. Visitare certi posti ti fa sentire un po’ come Indiana Jones alla ricerca di un qualche antico manufatto.

I luoghi abbandonati hanno sempre molto da raccontare, e sono testimonianza della pochezza di noi esseri umani di fronte al tempo. Ho visitato una moltitudine di ville e castelli nobiliari, che mi hanno fatto comprendere quanto sia ridicolo ed inutile lo sforzo dell'uomo nel costruire imperi.

La documentazione foto e video sono ingredienti essenziali di questa attività, che attrezzatura utilizzi prevalentemente?

Per le esplorazioni urbane vado leggero, come sempre del resto. La mia Canon 60D (ma appena potrò, passerò ad una mirrorless, ancora più leggera), un cavalletto, un faretto led, e al massimo due lenti.

Quali sono le regole da seguire per chi intende iniziare l’attività di Urban Explorer?

Le regole, in realtà la regola prima dell'urbex è "fai solo foto e lascia solo impronte". Il problema è che l'urbex viene inteso principalmente come movimento fotografico, nel quale io non mi ritrovo affatto.

Io non mi accontento di qualche foto, anzi, le foto nel mio caso sono secondarie alla ricerca. Se ci sono scartoffie e corrispondenza io le leggo, quindi tocco, sposto le cose, e se trovo qualcosa che si può salvare, che abbia ancora un valore storico, sono il primo a prenderla e a portarla a chi di dovere. Il tutto ovviamente senza rovinare o snaturare il luogo, evitando danneggiamenti e disordine. E' successo ad esempio che in una vecchia fabbrica abbia trovato delle riviste "Cinema" degli anni '50; alcune erano marcite a causa delle copiose infiltrazioni, altre erano ancora salvabili, quindi le ho prese allo scopo di consegnarle ad un'associazione che si occupa di cinema. Tecnicamente mi sono macchiato di furto, ma va bene così, visto che lasciandole lì avrebbero probabilmente fatto la fine delle altre.

Hai qualche consiglio tecnico da dare a chi intende fare riprese video in questo ambito?

Un buon faretto led!!!

Stai lavorando a qualche progetto in questo momento, o hai in mente qualcosa per il futuro?

Sto ultimando il montaggio del mio nuovo documentario "Behind the Urals", girato in Russia, in un territorio fortemente contaminato da quello che è stato il più grande disastro nucleare di sempre, avvenuto nella regione di Chelyabinsk. Un progetto nato dalla collaborazione con l'associazione di volontariato Mondo in Cammino, il fotoreporter Pierpaolo Mittica e il ricercatore Michele Marcolin. 

In contemporanea ho iniziato le riprese di un nuovo documentario, insieme al giornalista romeno Andi Radiu, che cercherà di far luce sulle cause della massiccia emigrazione romena degli ultimi anni.

 

La qualità dei lavori di Alessandro sono evidenti e potete rendervene conto dando un’occhiata al suo sito web http://www.alessandrotesei.com/ una testimonianza del fatto che le cose fatte per bene alla fine vengono sempre riconosciute e apprezzate.

Grazie mille ad Alessandro per averci dedicato un po’ del suo tempo, aspettiamo di vedere le tue prossime produzioni.

 
Autore: Davide Bassani
 
 
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